Il ricco e pensante Hughes vuole esportare il New Yorker a Washington

Chris Hughes è un giovane ricco e ambizioso che non ha alcuna intenzione di restituire il suo passaporto americano per godersi le agevolazioni fiscali di Singapore, come ha fatto Eduardo Saverin, un altro cofondatore di Facebook. Ad Harvard si è laureato in Letteratura, non in Economia o Scienze informatiche, e forse è anche per questo che i suoi progetti sono orientati alla promozione delle idee piuttosto che alla fredda accumulazione di denari sul mercato finanziario.
20 AGO 20
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Chris Hughes è un giovane ricco e ambizioso che non ha alcuna intenzione di restituire il suo passaporto americano per godersi le agevolazioni fiscali di Singapore, come ha fatto Eduardo Saverin, un altro cofondatore di Facebook. Ad Harvard si è laureato in Letteratura, non in Economia o Scienze informatiche, e forse è anche per questo che i suoi progetti sono orientati alla promozione delle idee piuttosto che alla fredda accumulazione di denari sul mercato finanziario (pratica che pure non disdegna, sia chiaro); era stato lui a coordinare il faraonico progetto politico-internettiano di Barack Obama durante la campagna elettorale del 2008, quando ancora l’immagine del candidato era associata più ai diritti universali che ai droni sul Waziristan, e sempre lui ha deciso di salvare il New Republic, il più impegnato dei settimanali liberal (diventato bisettimanale causa vacche magre) finito in una nicchia assai forbita ma al confine con il regno dell’irrilevanza culturale. Negli ultimi anni si è parlato di New Republic coniugando i verbi al passato, meglio se remoto, rievocando i tempi andati in cui sul giornale scrivevano autori che ora si trovano sullo scaffale impolverato dei classici.
Hughes è convinto che il settimanale tormentato dai guai economici possa tornare al centro del dibattito presente e magari anche futuro, e il suo primo atto di governo è stato quello di togliere il paywall dall’edizione on line, apertura molto in linea con la mentalità “tutto gratis” che domina Facebook (a parte quando si quota in Borsa con modi e prezzi surreali). Come secondo atto ha riportato alla guida del giornale Franklin Foer, l’intellettuale che per quattro anni era stato direttore, riuscendo nell’impresa di contenere – più o meno – le fuoriuscite in termini di copie vendute. La terza mossa è stata quella di annunciare l’apertura di un ufficio a New York, scelta che non sembra rivoluzionaria vista da fuori, ma lo è nella logica di New Republic, giornale di respiro internazionale ma scritto a Washington da insider di Washington per un pubblico tendenzialmente di Washington. Adesso Hughes dice nientemeno che il suo progetto è quello di fare “il New Yorker di Washington”, cioè un settimanale d’inchieste con firme autorevoli accanto a spunti glamour e bizzarri, con una forte dose d’ironia, purché sottile ai limiti della freddura, e tutta incentrata sulla macchina del potere washingtoniano. La rivista Washingtonian esiste già, ma non va molto oltre le copertine sui tubini della first lady. Hughes vuole realizzare, insomma, ciò che qui non si osava nemmeno sognare.
Per fare una versione del New Yorker nella capitale, però, servono numeri e nomi. Il settimanale dei liberal newyorchesi ha oltre un milione di abbonati, contro 40-50 mila di New Republic; per aumentare la circolazione serve una poderosa campagna acquisti che Hughes sta programmando insieme a Foer e ai vertici del giornale. Il primo acquisto è lo scrittore Walter Kirn, che era stato assunto da Gq come editorialista soltanto quattro mesi fa, e che scriverà dal Montana e da Los Angeles (il nuovo New Republic avrà una struttura impalpabile, dicono i bene informati). E i nuovi obiettivi sono altrettanto ambiziosi. Foer sta cercando di rubare al New Yorker Dexter Filkins, l’autore di quello che rimane anche a distanza di anni il migliore libro sull’Afghanistan, “The Forever War”, e ha messo gli occhi su Mark Leibovich del New York Times e su Robert Draper del supplemento del Times. Noam Scheiber, uno degli uomini di punta del giornale, ha appena rifiutato un’offerta “incredibile” – stando al racconto di Politico – del Washington Post, segno che il progetto del 28enne Hughes di esportare il modello New Yorker a Washington non è campato in aria. Al biondo comandante i soldi non mancano, e a giudicare dalle prime operazioni nemmeno le idee. Vedremo se saprà cavarne un prodotto credibile.